Rebecca Zlotowski

«Il suo cinema respira sensualità e poesia», ha detto Adeline Fontan Tessaur, co-fondatrice di Elle Driver. Rebecca Zlotowski è così: pop e carnale, cash et entire. Con Mia Hansen-Løve, Justine Triet, Celine Sciamma, Katell Quillévéré, Héléna Klotz e Sophie Letourneur, è uno dei nomi di punta del jeune cinéma français. Nata a Parigi nel 1980, al cinema ci arriva quasi per caso. Da piccola aveva maturato una passione per Spielberg e i Ghostbusters; quando sua madre muore - lei è ancora adolescente - un’amica della mamma, professoressa in un liceo, le fa scoprire Fritz Lang, il neorealismo, la Nouvelle Vague. Così passa i pomeriggi in sala tra l’UGC des Halles e il Pathé Wepler e a casa a guardare i film di La Cinq e le serie su M6. Si diploma all’École Normale Supérieure e diventa insegnante di francese e di cinema («Ho insegnato francese mostrando video di Michael Jackson come Thriller…», ha rivelato), prima di seguire la sua strada e iscriversi al dipartimento di sceneggiatura della Fémis. D’altronde la sua eroina è sempre stata Suso Cecchi D’Amico, storica sceneggiatrice di Antonioni, Visconti e De Sica. È alla Fémis che avvengono gli incontri decisivi della sua carriera: Lodge Kerrigan, Philippe Grandrieux, Jean-Claude Brisseau e, tra gli studenti, Teddy Lussi-Modeste, con cui inizia una lunga e proficua collaborazione culminata nel 2010 con lo script di Jimmy Rivière. Nel 2006 scrive, con Cyprien Vial, il cortometraggio Dans le rang, vincitore del premio per la migliore sceneggiatura alla Quinzaine des Réalisateurs di Cannes. Un anno dopo è la volta di Parcours d’obstacles di Noémie Gillot, nel 2009 di Plan cul di Olivier Nicklaus, miglior corto al Torino Gay & Lesbian Film Festival.

Nel 2010, a soli 29 anni, Zlotowski presenta il suo primo lungometraggio da regista alla Semaine de la Critique di Cannes. Belle épine, fortemente voluto da Frédéric Jouve di Films Velvet, è la storia intima di disagio, formazione e voglia di libertà di una 17enne (la sorprendente Léa Seydoux), che riempie il vuoto della sua solitudine frequentando il sottobosco notturno delle corse illegali a Rungis. Il ritratto raffinato e toccante di una perfetta antieroina, fragile e al tempo stesso forte, che conquista il premio Louis Delluc e fa ottenere alla Seydoux una nomination ai César. Ascoltare senza paura il silenzio del mondo e capire quanto sia preziosa la vita sono la stessa materia che impasta Grand Central (2013), elegia amorosa ambientata in una centrale nucleare e presentata nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes. Una Fukushima dei sentimenti con Tahar Rahim e l’attrice feticcio Léa Seydoux e un dialogo tra due mondi, quello asfissiante del lavoro che contamina e quello esterno fatto di passioni e desiderio. Dalla Centrale di Elisabeth Filhol alla sceneggiatura di Malgré la nuit (2015) di Philippe Grandrieux, Zlotowski arriva alla Parigi di fine anni Trenta con Planetarium (scritto con Robin Campillo), ammaliante e misteriosa incursione tra sogni e incubi con le dive Natalie Portman e Lily-Rose Depp. Ispirato al mito americano delle sorelle Fox, le medium che hanno inventato lo spiritismo alla fine del 19° secolo, un saggio fantasy e un film d’avventura sulla crisi dell’immagine (girato interamente con la nuova camera digitale Alexa 65) che racconta «il destino di tre personaggi presi nel turbine di un mondo pieno di sfiducia, di fede, di paure, di desideri e di ambizioni, talvolta contraddittorie. Un mondo come il nostro nel quale non sappiamo mai che cosa stia per cambiare».