Mia Hansen-Love

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«Potrei definire quello che cerco di raggiungere nei miei film come “chiarezza”. È una parola diventata essenziale per me quando ho iniziato a scrivere sceneggiature. Cerco la chiarezza perché è ciò che mi commuove, che mi dà la sensazione di accedere a qualcosa di vitale, alla parte infinita di ogni essere, senza che lo stile si metta di traverso. Malgrado non creda in Dio, per me il cinema non può essere altro che ricerca di luce, è quindi ricerca dell’invisibile». È proprio partendo dalla vita che Mia Hansen-Løve, uno dei nomi emergenti del nuovo cinema transalpino, è arrivata al cinema. Nata a Parigi nel 1981, ha esordito fra gli interpreti di Fin août, début septembre (1998) e di Les Destinées sentimentales (2000) di Olivier Assayas. Dopo aver frequentato il Conservatoire d’Art Dramatique del X arrondissement di Parigi e aver militato per tre anni come critico nei Cahiers du Cinéma, è la regia a conquistarla. Dirige diversi corti, tra cui il pluripremiato Après mûre réflexion (2003) e lo sperimentale Un pur esprit (2004). La componente personale è sempre un riferimento forte: sin dall’esordio Tous est pardonné (2007, presentato alla Quinzaine des Réalisateurs del Festival di Cannes, candidato ai Cèsar come miglior opera prima e vincitore del Prix Louis-Delluc du premier film) Hansen-Løve si dimostra incapace di raccontare storie che non abbiano un legame con la propria esperienza. Sentimenti e corpi, famiglie vere e familles du hasard, densità del passato e innocenza del presente.

Con enorme rigore emotivo e straordinaria vitalità, esplora in maniera intima (e mai ricattatoria) i suoi personaggi, rendendo perfettamente condivisa l’intimità del proprio universo emozionale. Intensa e spiazzante, la sua regia poggia sull’uso di attori che sembrano presi dalla vita, sul naturalismo en plein air, sulle ellissi e sull’assenza di scene madri. Quando, nel 2009, realizza Le père de mes enfants (Premio Speciale della Giuria della sezione Un Certain Regard di Cannes), gira un film che «parla del bisogno di ricominciare», un film sull’amore per il cinema perché un omaggio al produttore Humbert Balsan, conosciuto poco prima del suo suicidio nel febbraio del 2005. Balsan aveva visto il suo primo cortometraggio e desiderava produrre Tout est pardonné, prodotto poi da Pelléas. «Durante il nostro primo appuntamento, mi disse che non avrebbe letto il mio copione, che gli interessavano solo le persone», ha raccontato. La vita continua, come quella di Camille (Lola Creton) in Un amour de jeunesse (2011, Menzione Speciale della Giuria a Locarno), ultima parte della sua trilogia ideale dedicata al mondo dei sentimenti e al superamento dell’assenza. La passione, la confusione, il tempo che passa, la solitudine, il destino. Frontiere tra arte e vita, realtà e ricostruzione che viene superata con Eden (2014), ispirato alle esperienze del fratello Sven, protagonista della scena house francese. Il romanzo di formazione diventa ricostruzione dell’identità con L’Avenir (2016, Orso d’argento per la miglior regia al 66° Festival di Berlino), che conferma la regista come uno dei maggiori talenti del cinema francese contemporaneo. Se il tempo ci sfugge dalle mani, «i film sono ritratti in movimento che solo il cinema è in grado di fare. Non si tratta solo di immortalare ciò che può essere sensibile, sensuale o semplicemente effimero, ma di cercare di trovare un’apertura verso l’impalpabile, l’infinito».