Report - L’immaginario del Maggio ‘68 nella letteratura contemporanea

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L’immaginario del Maggio ‘68 nella letteratura contemporanea

 

Il convegno internazionale «L’immaginario del Maggio ‘68 nella letteratura contemporanea» si è tenuto presso l’Università la Sapienza dal 9 all’11 maggio 2018. Organizzato dall’équipe di francesistica del Dipartimento SEAI (Studi Europei, Americani e Interculturali), il convegno ha riunito specialisti di letterature europee di diverse zone, con lo scopo di fare un bilancio dell’eredità del Maggio 68 e della sua influenza sulle letterature contemporanee.

 

Nella giornata del 9 e nel corso della sessione mattutina del 10, durante delle conferenze tenutesi in italiano, si è esaminato lo svolgimento degli eventi politici del ‘68 da un punto di vista comparatistico. I relatori (Beatrice Alfonzetti, Mauro Ponzi, Luigi Marinelli) hanno riflettuto sulla questione delle forme della rivolta, sul modo in cui queste ultime riscrivono la scena politica, nonché sulle loro rappresentazioni letterarie (dal vivo o sotto forma di scritture memorialistiche) in Italia, in Germania e in modo più generale nei paesi dell’Est Europa. Questi cambi di prospettiva hanno così permesso di mostrare come il Maggio ‘68 resti una questione ambigua, una cesura politica forte, difficile da ridurre a un semplice bilancio di conseguenze (tra conquiste sociali e disillusioni politiche). Una riflessione sul Maggio ‘68 in America è servita da integrazione alla rassegna europea, attraverso l’esame dell’influenza della contro-cultura americana (Ugo Rubeo), e della sanguinosa repressione delle manifestazioni messicane, di cui si fatica ancora a costruire la memoria (Stefano Tedeschi).

 

Sin dalla prima manifestazione di tali movimenti, il rapporto tra il ritmo degli eventi e i modi e i tempi in cui la letteratura si è fatta carico della loro rappresentazione ha sollevato il problema del ruolo ricoperto, in questo contesto, da intellettuali e scrittori. Come ha ricordato Giulio Ferroni nel suo intervento d’apertura, la riflessione sulla compatibilità tra attivismo politico e creazione letteraria ha generato uno ampio spettro di atteggiamenti, che vanno dal rifiuto dell’arte e della cultura istituzionale alla rivendicazione, di tipo avanguardista, di una letteratura innovatrice e affrancata dalle convenzioni di genere, passando per una letteratura investita del compito di emancipazione, intesa cioè come un’esperienza in cui arte e vita si fanno inscindibili. Il caso di Marguerite Duras, autrice analizzata da Paola Ricciulli, ha permesso di ampliare la discussione e di rivelarne i paradossi.

 

La sessione pomeridiana di giovedì 10 e la giornata di venerdì 11 sono state dedicate a una campionatura delle esperienze del Maggio ‘68 nella letteratura francese. A prima vista la presenza letteraria degli eventi del ‘68 può sembrare, come ha sottolineato Dominique Viart, piuttosto ridotta, ma se ne possono seguire le tracce anche attraverso la rappresentazione che  ne fanno, come in differita, le testimonianze della storia recente, o i racconti degli scrittori che lavorarono in fabbrica negli anni ‘70, o ancora una ripoliticizzazione graduale della letteratura. Il film di Haznavicius su Jean Luc Godard, preso in esame da Marc Cerisuelo, è un buon esempio dell’ambivalenza delle rappresentazioni del ‘68, oscillanti tra la fascinazione per l’esperienza, epica e individuale, della rivolta, e l’accantonamento ironico della sua eredità. Le rievocazioni ironiche di quel periodo, riscontrabili per esempio in Olivier Rolin (analizzato da Chiara Bontempelli) appartengono a una tendenza molto diffusa tra gli scrittori dell’epoca, quella di una presa di una dissociazione dagli eventi che non è però priva di malinconia. In Jean-Christophe Bailly (Laurent Demanze), la tentazione romanzesca è respinta e lascia spazio a una poetica della rimembranza, frammentaria e quasi onirica, in controtendenza rispetto alle convenzioni commemorative.

Come ricordano Paolo Tamassia e Veronic Algeri, il Maggio ‘68 è stato anche un momento di effervescenza teorica, un’opportunità per rilanciare la questione del rapporto tra la scrittura e il controllo che questa può esercitare sulla realtà. La memoria del Maggio ‘68 si costruisce in effetti attraverso un va-e-vieni a tratti ludico tra testimonianza e racconto, tra documento e narrazione (in questi termini Franc Schuerewegen parla di Olivier Rolin, di Hervé Hamon e di Patrick Rotman).

Citando Jean-Patrick Manchette, ma anche Mathieu Riboulet, Leslie Kaplan, Virginie Despentes, o i film di Lucas Belvaux, Dominique Rabaté ha proposto una riflessione sulla violenza del Maggio ‘68, a volte tenuta nascosta (sebbene in Francia si sia evitato il ricorso alla lotta armata) e sull’ambiguità dell’attivismo e della militanza post-sessantottini, divisi tra il rifiuto della violenza diretta e una ricerca di una propria forma di radicalismo. Da parte loro, Dominique Dupart e Alexandre hanno ricordato la tensione tra l’entusiasmo insurrezionale e l’immaginario ancora legato ad esso, tensione riscontrabile nel prisma della narrazione contemporanea.

 

A integrazione di questi dibattiti, un dialogo tra l’autrice italiana Lidia Ravera e lo scrittore francese Arno Bertina si è tenuto la sera del 10 maggio a Villa Medici. L’incontro ha dato voce a due personalità diverse: Lidia Ravera, testimone del Maggio ‘68, ha scritto, con Marco Lombardo Radice, Porci con le ali, diario a quattro mani di due adolescenti, tra emancipazione sessuale e scoperta dell’attivismo politico. In seguito Lidia Ravera ha ambientato molti suoi romanzi nell’Italia degli anni ‘70, esplorando attraverso i suoi personaggi la figura del vecchio militante. Se in Francia l’immaginario del Maggio ‘68 resta a volte legato a una visione romanzesca dell’insurrezione, o al contrario affrontato in modo obliquo e lacunoso, la memoria degli anni di piombo in Italia è lontana dal limitarsi a fare da sfondo: si tratta di materiale politico e memorialistico, dove si sovrappongono personaggi individuali e percorsi collettivi, entrambi presenti nei romanzi di Lidia Ravera.

 

Si colloca su un altro fronte Arno Bertina, che non ha vissuto direttamente il Maggio ‘68 ma che ne ha ereditato la retorica, le immagini, i ricordi. Se entrambi gli autori si sono premurati di sottolineare l’importanza delle conquiste sociali del Maggio ‘68, il loro dibattito ha reso visibile la distanza della storia politica dei due paesi e i due diversi atteggiamenti di fronte agli strascichi dei movimenti e all’evoluzione attuale delle forme di militanza. Tuttavia i testi e le poetiche dei due trovano una consonanza nella cura che dimostrano verso la rappresentazione delle traiettorie individuali e universali, e fanno della storia recente, delle sue conquiste e dei suoi paradossi, delle comunità che ivi vengono riunite e disperse, un materiale vero e proprio, insieme critico e romanzesco.