Come si fa lo champagne?

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Se c’è un vino che incarna l’essenza stessa della celebrazione, dell’eleganza e del savoir-vivre globale, quello è lo Champagne. Eppure, la sua nascita è legata a un paradosso storico: in origine, i monaci benedettini della regione combattevano contro la comparsa delle bollicine, considerate un difetto di fermentazione dovuto al freddo invernale che bloccava i lieviti, per poi risvegliarli in primavera. Fu l’intuizione di figure leggendarie come il monaco Dom Pierre Pérignon a cambiare la storia, comprendendo che quella spuma argentea, se domata e affinata, racchiudeva una finezza senza eguali.

Il vero segreto dello Champagne risiede nel profondo del suo sottosuolo: le crayères, immense cave di gesso risalenti all’epoca gallo-romana. Questo terreno gessoso funge da spugna ideale, trattenendo l’umidità e riflettendo la luce solare verso le vigne di Chardonnay, Pinot Noir e Pinot Meunier.

Il processo che trasforma questi grappoli in mito è il celebre Méthode Champenoise (il Metodo Classico). Dopo la creazione della cuvée (l’assemblaggio segreto di diverse annate firmato dallo chef de cave), il vino affronta una seconda fermentazione in bottiglia. Le bottiglie riposano poi al fresco e al buio delle gallerie per anni. Qui entra in gioco un’altra rivoluzione firmata da una donna straordinaria, la Veuve Clicquot (la vedova Clicquot), che inventò il tavolo di remuage (pupitre): le bottiglie vengono ruotate quotidianamente a mano per far scivolare i lieviti esausti verso il collo, pronti per essere eliminati con la sboccatura (dégorgement) prima del tocco finale, il dosage.