Musique

LA SCENA ELETTRONICA FRANCESE A INNER SPACES

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AUTUNNALE 2026 – RITRATTI TRASVERSALI

CONVENZIONE CARTE INSTITUT FRANÇAIS MILANO

CONVENZIONE CARTE INSTITUT FRANÇAIS MILANO
Tariffa ridotta di 15€ anziché 23€50; acquisto in biglietteria presentando la Carte in corso di validità.

LA SCENA ELETTRONICA FRANCESE A INNER SPACES

AHO SSAN / TIM EXILE

Lunedì 19 ottobre
h.20.30 Auditorium San Fedele

CONCERTO

AHO SSAN

TIM EXILE Nuovo set, premiere

In collaborazione con Institut français Milano, con il sostegno di Fondazione Nuovi Mecenati

Aho Ssan, compositore franco‑ghanese, sviluppa una pratica elettroacustica in cui la costruzione formale, l’elaborazione digitale e la dimensione politica sono elementi inseparabili. La sua scrittura si fonda su processi di accumulo, frattura e metamorfosi del materiale sonoro: strutture che si espandono fino a saturare lo spettro, improvvise implosioni, micro‑gesti che emergono da masse compatte. In questo modo la sua musica articola una riflessione sulla condizione diasporica e sulle identità plurali, non attraverso citazioni o riferimenti diretti, ma tramite una sintassi sonora che mette in tensione continuità e discontinuità, stabilità e collasso. Le sue opere funzionano come spazi percettivi instabili, dove la densità timbrica e la pressione dinamica diventano strumenti per interrogare memoria, appartenenza e conflitto. Il ritratto che ne emerge è quello di un artista che ha trasformato la propria biografia in un dispositivo compositivo, capace di far convergere ricerca tecnica e consapevolezza storica.

Tim Exile, in un registro completamente diverso, concentra la propria attività sulla performance in tempo reale e sulla costruzione di strumenti digitali personalizzati. Le sue interfacce — progettate e programmate da lui — permettono una manipolazione immediata del suono, con sistemi di campionamento, trasformazione e ricombinazione che operano senza soluzione di continuità. La sua pratica mette in discussione la distinzione tra composizione, esecuzione e improvvisazione: il materiale non è predefinito, ma generato e modellato nel momento stesso dell’ascolto. In questo senso, la musica di Exile è un processo aperto, un flusso che si costruisce attraverso il gesto e la risposta della macchina, in un dialogo che ridefinisce il ruolo dell’interprete e la natura dell’opera musicale. La sua presenza nella stagione offre il ritratto di un artista che ha spostato il baricentro della performance elettronica verso un territorio in cui tecnologia, corporeità e ascolto formano un unico sistema operativo

 

HÉLÈNE VOGELSINGER / USTAD WASIFUDDIN DAGAR

Lunedì 26 ottobre
h.20.30 Auditorium San Fedele

CONCERTO

HÉLÈNE VOGELSINGER 

USTAD WASIFUDDIN DAGAR (dhrupad), MOHAN SHYAM SHARMA (pakhawaj)

In collaborazione con Institut français Milano, e il sostegno di Fondazione Nuovi Mecenati

Tra gli appuntamenti più emblematici dei Ritratti trasversali, questa serata mette in dialogo due pratiche musicali lontanissime per origine storica e strumenti, ma sorprendentemente vicine nella concezione del tempo, dell’ascolto e della trasformazione del suono. Da un lato Hélène Vogelsinger, talento emergente della nuova scena elettronica francese, dall’altro Ustad Wasifuddin Dagar, erede della più autorevole tradizione del dhrupad, accompagnato dal maestro di pakhawaj Mohan Shyam Sharma.

La ricerca di Hélène Vogelsinger si sviluppa attraverso l’uso esclusivo di sintetizzatori modulari analogici, concepiti non come strumenti di programmazione ma come organismi sonori in continua evoluzione. Ogni performance nasce da un sistema di connessioni fisiche costruito dal vivo, in cui tensioni elettriche, oscillatori, filtri e generatori di inviluppo producono configurazioni irripetibili. L’artista interviene con gesti minimi, modificando lentamente gli equilibri interni del sistema, lasciando che il suono si trasformi attraverso processi di accumulazione, interferenza e risonanza. Il risultato è una musica che sembra respirare, priva di sviluppo narrativo tradizionale e orientata piuttosto alla dilatazione della percezione, dove il tempo perde la propria scansione metrica per diventare esperienza immersiva. L’ascolto assume così una dimensione quasi contemplativa, nella quale ogni minima variazione acquista valore strutturale.

Questa attenzione alla continuità del suono trova un inatteso punto di contatto con il dhrupad, la più antica forma ancora vivente della musica classica dell’India settentrionale. Le sue origini risalgono ai canti liturgici dei templi hindu e alle pratiche devozionali medievali; tra il XV e il XVI secolo il dhrupad si sviluppa nelle corti dei sovrani Rajput e successivamente dell’Impero Mughal, assumendo la forma che ancora oggi viene tramandata. A differenza di altre tradizioni della musica hindustana, il dhrupad privilegia la purezza dell’intonazione, la stabilità del suono e una rigorosa architettura formale, ponendo al centro l’esplorazione del rāga come spazio sonoro e non semplicemente come materiale melodico.

L’esecuzione si apre con il lungo ālāp, una vasta introduzione libera da pulsazione e accompagnamento ritmico, nella quale il cantante sviluppa progressivamente tutte le potenzialità del rāga. Ogni nota viene esplorata nella sua qualità timbrica, nelle sue sfumature microtonali e nelle relazioni con le altre altezze, attraverso un’articolazione estremamente raffinata di glissandi, oscillazioni e inflessioni vocali. Solo dopo questa lenta costruzione dello spazio sonoro interviene il pakhawaj, antico tamburo bipelle dal timbro profondo e possente, che introduce il ciclo ritmico (tāla) senza interrompere il carattere meditativo dell’esecuzione. La pulsazione non ha una funzione propulsiva nel senso occidentale, ma organizza il tempo come principio ciclico, sostenendo il progressivo intensificarsi del dialogo tra voce e percussione.

Ustad Wasifuddin Dagar appartiene alla leggendaria Dagar Gharana, una delle più importanti scuole della tradizione dhrupad, custode di una trasmissione orale che si estende per oltre venti generazioni. La famiglia Dagar ha svolto un ruolo decisivo nella conservazione e nella rinascita di questa pratica nel XX secolo, preservandone la complessità tecnica e il profondo fondamento filosofico. Nella loro concezione il suono non costituisce soltanto un fenomeno musicale, ma una manifestazione del principio di nāda, la vibrazione originaria da cui prende forma l’esperienza del mondo. L’esecuzione diventa così un percorso di progressiva concentrazione, nel quale interprete e ascoltatore condividono uno stesso processo di affinamento percettivo.

 

COLLECTIF G / ANDY STOTT

Lunedì 16 novembre
h.20.30 Auditorium San Fedele

CONCERTO

COLLECTIF G
Maroussia Gentet, Matvey Zheleznyakov, pianoforte amplificato
George Crumb: Makrokosmos IV – Celestial Mechanics
Maurice Ravel: Rhapsodie espagnole

ANDY STOTT  

con il supporto della Fondazione Nuovi Mecenati – Fondazione franco-italiana di sostegno alla creazione contemporanea, in collaborazione con Institut français Milano

La serata del 16 novembre è dedicata ad Andy Stott, autore che negli ultimi quindici anni ha ridefinito il rapporto tra pulsazione, timbro e spazio sonoro. Nato artisticamente nell’ambiente techno di Manchester, Stott ha progressivamente trasformato il proprio linguaggio fino a elaborare una scrittura in cui la dimensione ritmica perde la funzione esclusivamente motoria per diventare materia plastica, continuamente deformata, rallentata e riconfigurata. Album come Passed Me By, Luxury Problems, Faith in Strangers, Too Many Voices e Never the Right Time hanno delineato un’estetica nella quale beat profondi, masse di rumore, armonie sospese e frammenti vocali convivono senza mai risolversi in una forma prevedibile.

La sua musica si distingue per un trattamento estremamente raffinato della materia sonora. Le superfici timbriche appaiono dense e opache, ma sono percorse da una fitta trama di dettagli: riverberi, saturazioni, interferenze e sottili trasformazioni dinamiche modificano continuamente la percezione dell’ascolto. La pulsazione, spesso rallentata fino a perdere qualsiasi riferimento alla danza, agisce come un campo gravitazionale attorno al quale si organizzano suoni, rumori e voci. È proprio questa tensione tra immobilità e movimento, tra energia trattenuta e continua metamorfosi, a rendere il suo linguaggio immediatamente riconoscibile.

Pur provenendo dalla cultura elettronica britannica, Andy Stott si colloca oggi in un territorio che supera le categorie di techno, ambient o industrial. La sua ricerca è legata alla costruzione dello spazio acustico e alla qualità percettiva del suono, aspetti che trovano nell’ascolto concentrato dell’Auditorium San Fedele un contesto particolarmente favorevole. Più che una successione di brani, il suo live si configura come un’unica architettura sonora, nella quale ogni episodio nasce dalla trasformazione del precedente e contribuisce alla costruzione di un ambiente immersivo.

Ad aprire la serata sarà il Collectif G, formato da Maroussia Gentet e Matvey Zheleznyakov, interpreti da anni impegnati nell’esplorazione delle possibilità timbriche del pianoforte contemporaneo. Il loro programma mette in relazione due opere che, pur appartenendo a contesti storici differenti, condividono una straordinaria attenzione per il colore e per la costruzione dello spazio sonoro.

In Makrokosmos IV – Celestial Mechanics (1979), George Crumb trasforma il pianoforte amplificato in uno strumento di risonanze, armonici, suoni ottenuti direttamente sulle corde e gesti che ampliano radicalmente il vocabolario pianistico tradizionale. La scrittura a quattro mani costruisce un tessuto di grande precisione, nel quale ogni evento sonoro acquista significato attraverso la relazione con il silenzio e con la risonanza dello strumento.

Accanto a Crumb, la versione originale per pianoforte a quattro mani della Rhapsodie espagnole di Maurice Ravel rivela un diverso modo di pensare il timbro. Prima ancora della celebre orchestrazione, Ravel concepisce il pianoforte come un laboratorio di trasparenze, sovrapposizioni ritmiche e raffinati equilibri dinamici, costruendo una scrittura di straordinaria chiarezza formale. Nella loro apparente distanza, Crumb e Ravel condividono una medesima concezione del suono come materia da modellare con precisione estrema.

Il programma del Collectif G non costituisce quindi un semplice preludio al concerto di Andy Stott, ma introduce, attraverso il repertorio pianistico del Novecento, alcuni dei temi che attraversano anche la sua ricerca: la centralità del timbro, la percezione dello spazio, la risonanza e la trasformazione continua della materia sonora.

CONVENZIONE CARTE INSTITUT FRANÇAIS MILANO

Tariffa ridotta di 15€ anziché 23€50; acquisto in biglietteria presentando la Carte in corso di validità.

Biglietteria:
Auditorium San Fedele lun-ven 10 - 16
Milano, via Hoepli 3/b –M1 / M3 Duomo
tel. 02.86352231

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